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Human Rights and People's War in Nepal
Human Rights and People's War in Nepal - Human Rights - Politics/Ideology - News and Reports - Links - Italiano

1. Introduzione
2. Per una nuova Militanza
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INTRODUZIONE

Il 13 febbraio del 2001 ricorre il 5° anniversario dell'inizio della guerra popolare in Nepal. Questa guerra oppone la rivoluzione popolare al regime reazionario e genocida del Nepal rappresentante degli interessi dei grandi proprietari fondiari, della borghesia e dell'imperialismo. Il blocco economico-sociale, istituzionale e statale rappresentato dal semi-feudalesimo, dalla borghesia burocratica e compradora, dall'imperialismo indiano e da quello occidentale, con alla testa gli USA, il FMI e la Banca Mondiale, opprime, affama e mantiene in condizioni di semi-schiavitù il popolo nepalese.

I contadini senza terra assieme a quelli poveri sono la maggioranza della popolazione nepalese. La questione agraria è la principale questione sociale ed uno dei motori fondamentali della rivoluzione e si salda indissolubilmente alla questione dell'antimperialismo.

Questi primi 5 anni di guerra popolare sono stati segnati dall'eroismo delle masse popolari e dei rivoluzionari marxisti-leninisti-maoisti del PCN (maoista). Più di 1000 martiri sono caduti nella lotta, molti sono morti nelle prigioni sotto le torture, decine di migliaia di contadini, di lavoratori, di studenti, di militanti del Fronte Unito Rivoluzionario, dell'esercito popolare e del PCN (Maoista) sono stati perseguitati, processati, imprigionati.

Una repressione crescente, fanatica e rivoltante, non è riuscita ad ottenere altro risultato se non quello di alimentare lo sviluppo della rivoluzione, giustificandola ulteriormente ed esaltandone la superiorità storica, politica e morale rispetto al vecchio e corrotto regime semi-feudale, burocratico e asservito all'imperialismo.

In questi cinque anni la guerra popolare ha ottenuto la partecipazione ed il sostegno anche di settori di lavoratori e di strati intellettuali delle masse popolari urbane assieme al crescente appoggio delle popolazioni condatine e delle piccole nazionalità oppresse.

Vaste zone del paese stanno diventando zone liberate e basi d'appoggio per la rivoluzione. In centinaia di villaggi e piccoli paesi si inizia ad esercitare il potere popolare fondato sulla cooperazione economica, sulla coltivazione collettiva delle terre, sulla lotta contro l'oppressione delle piccole nazionalità e contro le tradizioni semi-feudali e reazionarie.

L'educazione collettiva con al centro la lotta contro l'analfabetismo sta sempre più diventando uno degli impegni centrali dell'emergente potere popolare. Anche i tradizionali rapporti tra uomini e donne sono rivoluzionati dallo sviluppo della guerra popolare. Non solo vengono abolite tutte le forme di oppressione e di discriminazione nei confronti delle donne, ma vengono anche definite delle misure concrete per sostenere le donne attraverso una politica mirante a formare donne dirigenti a tutti i livelli, dal partito, all'esercito popolare, al fronte unito e al potere popolare.

Le relazioni, anche quelle più ordinarie della vita quotidiana tra uomini e donne stanno cambiando profondamente. Agli uomini del PCN (Maoista) viene richiesto un concreto impegno nella vita quotidiana per trasformare una divisione del lavoro che penalizza le donne precludendo loro una piena partecipazione alla rivoluzione. Si tratta di una trasformazione in corso che sta portando la guerra popolare a diventare un punto di riferimento per le donne oppresse del Nepal.

In questi cinque anni molte cose sono cambiate, molti posti di direzione sono stati occupati da donne rivoluzionarie. Sono nate unità militari condotte da sole donne, tutte le squadre militari dell'esercito popolare devono essere composte di regola da una certa percentuale di donne.

Nell'Occidente si cerca di coprire con il silenzio le ragioni, la portata e i contenuti di questa, come di altre guerre popolari. L'altra faccia di questa cappa di silenzio è rappresentata dalla continua, articolata e perversa propaganda volta ad affermare il mito reazionario e imperialista di un Occidente interprete e rappresentante della libertà, della democrazia e dei diritti umani.

Per quanto riguarda il Nepal, sono gli USA che prima di altri stanno iniziando a parlare del pericolo che la "situazione nepalese" sta iniziando a rappresentare per la "democrazia internazionale" e per la "salvaguardia dei diritti umani". Grazie al controllo sulla vita politica, istituzionale, sui mass-media e sull'informazione, l'imperialismo presenta le proprie mire e i propri crimini come difesa della libertà e dei diritti umani e attacca come terrorismo e totalitarismo le guerre popolari, le lotte di liberazione dei popoli oppressi e il comunismo rivoluzionario, in primo luogo il Marxismo-Leninismo-Maoismo.

L'imperialismo occidentale con alla testa gli USA da una parte e l'imperialismo indiano (con l'imperialismo russo sullo sfondo) sembrano oggi, almeno momentaneamente, colludere contro la guerra popolare in Nepal. Da centinaia d'anni, a partire nei secoli scorsi dalla diretta annessione di più della metà del territorio allora appartenente al Nepal, lo stato indiano è il principale sostenitore dello regime burocratico, reazionario e semifeudale del Nepal. Oggi l'India sta approfittando del conflitto latente con il Pakistan per presentare la guerra popolare in atto nel Nepal come prodotto dell'espressione delle mire espansioniste dello stesso Pakistan. Alla popolazione indiana viene detto che la guerra popolare in Nepal è un pericolo per l'India. In questo modo si prepara il terreno per una futura invasione volta a vincere la guerra popolare e ad asservire definitivamente lo stesso Nepal.

Dall'altro lato l'imperialismo occidentale sta inaugurando su scala planetaria una nuova, ancora più aggressiva politica interventista e guerrafondaia. La teoria della legittimità della guerra per ragioni umanitarie è stata approntata oggi proprio per giustificare e sancire l'uso della guerra contro le piccole nazioni, i popoli oppressi, le guerre popolari e di liberazione e le rivoluzioni.

In questo quadro, le perverse attenzioni di cui è oggetto la guerra popolare in Nepal da parte dell'imperialismo occidentale, con alla testa gli USA, non possono certo far escludere in prospettiva la possibilità di una qualche forma di intervento militare, più o meno coordinato con l'India, contro il nuovo stato -la Repubblica Popolare del Nepal- oggi in formazione nelle zone di guerriglia.

In un modo o nell'altro dunque l'intervento militare dell'imperialismo contro l'avanzata della guerra popolare in Nepal è un'eventualità che sembra inevitabile e le cappe di silenzio combinate con le calunnie, la disinformazione e la manipolazione di massa, sin da oggi stanno iniziando a preparare e concretizzare questo intervento militare.

In questo senso, tra i vari possibili significati di un piccolo quaderno di documentazione come questo, risalta quello relativo allo sviluppo dell'iniziativa a sostegno della guerra popolare in Nepal e del PCN (Maoista). Non si tratta solo di rompere la cappa del silenzio, contrastare la disinformazione, rispedire al mittente le accuse di terrorismo, mettere i bastoni tra le ruote ai piani dell'imperialismo, si tratta anche di lavorare per contribuire all'affermazione di una visione complessiva all'interno della classe operaia e delle masse popolari del nostro paese. Una visione relativa ad un profondo senso di comunanza che deve legare il proletariato del nostro paese con i contadini poveri e i lavoratori del Nepal. Una comunanza nel modo di sentire e percepire il mondo, di individuare e praticare un comune orizzonte per la fuoriuscita da un sistema fondato sullo sfruttamento, sul profitto, sulle leggi di mercato e sulla conseguente ed inerente oppressione politica, militare e culturale, oppressione di gran parte dell'umanità.

Sostenere la rivoluzione nepalese vuol dire saper cogliere e valorizzare quelle fratture che questa rivoluzione determina su scala planetaria a livello di una pretesa ricostruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla riaffermazione del capitalismo, del riformismo reazionario e dell'imperialismo come orizzonte eterno ed insuperabile.

Un piccolo paese tra i più poveri del mondo con pochi milioni di abitanti sovrastato dalla catena montuosa più alta della terra, sta dando oggi un grande contributo politico e culturale al proletariato e alle masse popolari di tutto uil mondo.

La Rivoluzione in Nepal è oggi, come altre guerre popolari condotte

-da partiti comunisti marxisti-leninisti-maoisti- in Perù, nelle Filippine, in India, nel Bangladesh, in Turchia, una formidabile smentita del lugubre messaggio dell'imperialismo e del riformismo reazionario circa il presunto fallimento delle ideologie di liberazione e circa la fine di ogni possibilità di trasformazione rivoluzionaria del mondo nella prospettiva della costruzione di una società comunista.
 

L'imperialismo ed il riformismo reazionario che affamano mezzo mondo, che opprimono e sfruttano tutti i popoli del pianeta, che scatenano guerre criminali persino con la guerra contro la Jugoslavia, nel cuore del cosidetto mondo civile, che riducono in macerie interi continenti come l'Africa, che rapinano e devastano le risorse naturali del pianeta -la terra, le risorse minerarie, l'acqua, l'aria, la vegetazione, la fauna, il patrimonio genetico di tutte le forme di vita-, che generano nuove epidemie e malattie di massa, che costruiscono giganteschi apparati egemonici di disinformazione e manipolazione, nel tentativo di far passare come vera la loro realtà e di far passare come falsa la vera realtà, queste forze economiche e sociali, questo sistema di dominio e di sfruttamento, che persino nei paesi più sviluppati come il nostro stanno peggiorando le condizioni di vita e di lavoro di milioni e milioni di uomini, creando un sistema di potere che sta portando all'estremo la decomposizione e lo sgretolamento del sistema "repubblicano" di origine borghese-liberale, riducendo all'estremo i diritti, gli spazi e le possibilità di difesa, di organizzazione e di lotta, per il proletariato e le masse popolari, bene proprio loro, forze che rappresentano ed interpretano un sistema morente, in decomposizione, fanatico, regressivo, guerrafondaio, proprio loro parlano di "morte" delle "utopie rivoluzionarie", di "morte" del "comunismo".

Così, per battere meglio la grancassa, con più speranze di possibilità di successo, non hanno pensato di meglio, da dieci anni a questa parte, che utilizzare la decomposizione dei partiti revisionisti (come il PCI) e lo sfaldamento del blocco imperialistico dell'ex-Urss come testimonianze e prove della "morte del comunismo"!

È sotto gli occhi di tutti quello che è avvenuto nell'Urss e quello che ancora sta avvenendo nei paesi dell'ex-Urss e della Cina revisionista, ma tutto questo, altro non è se non il prodotto della restaurazione del capitalismo e dell'imperialismo. Si tratta di percorsi di costruzione della società comunista che arrivati ad un certo punto, dopo aver realizzato grandi cambiamenti, sono momentaneamente stati sconfitti dalla borghesia revisionista che è stata capace di vincere il proletariato e di riprendere il potere.

Con la logica irrazionalistica e manipolativa che le è propria la borghesia imperialista e il riformismo reazionario stabiliscono l'equazione "sconfitta=fallimento". In questo modo arrivano strumentalmente ad attribuire a chi si è trovato senza precedenti esperienze storiche a cui poter fare riferimento come guida, in condizioni di debolezza ed è stato sconfitto da forze preponderanti, l'onta di "aver perso". La storia, anche quella più recente, anche quella in atto, stanno cercando di scriverla loro che sono ancora, almeno per il momento, i più forti, loro che, allo stato attuale, hanno il potere per farlo.

A tutto questo appartiene anche il tentativo di fondo di far passare regimi governati dalla borghesia capitalista e revisionista come il blocco socialimperialista dell'Urss dopo Stalin e la Cina dopo il 1976 come …comunisti! In questo modo si può strumentalmente e manipolativamente presentare il disfacimento delle società socialiste generato dalla restaurazione capitalista come ulteriore prova a conferma del carattere "totalitario" e "fallimentare" del "comunismo":

Non si tratta certo di una semplice operazione di mistificazione storica e culturale, si è trattato e si tratta, nei paesi più sviluppati come il nostro, di una gigantesca operazione politica il cui vero scopo è quello di spianare la strada ad un clima politico, istituzionale ed ideologico, volto a giustificare e realizzare la compressione e la dissoluzione dei diritti dei lavoratori, delle loro possibilità e libertà di resistenza, di organizzazione e di lotta contro la devastazione delle condizioni di vita e di lavoro, la disoccupazione, le privatizzazioni, le imprese guerrafondaie, ecc. Un clima politico, per quanto riguarda per es. l'Italia, in cui già è in atto, sotto varie forme, la legittimazione e l'intregrazione della cultura e dell'iniziativa politica xenofoba, fascista e neonazista, nella vita politica del paese, persino -in parte anche grazie al cosidetto federalismo- nella vita istituzionale a livello locale. Per non parlare del proliferare di apparati statali -suscettibili di un'impiego in operazioni reopressive- sempre più sganciati da ogni minima possibilità di controllo da parte della stessa rappresentanza parlamentare, ammesso che qualcuno in parlamento abbia un qualche interesse reale, e non strumentale, elettoralistico e propagandistico, ad occuparsi anche di tutto questo.

Questo clima spiega ed evidenzia come sia necessario per la borghesia e per le forze reazionarie e "riformiste" lavorare oer evitare in tutti i modi che i lavoratori assumano consapevolmente il comunismo come punto di riferimento ideologico, culturale, politico ed organizzativo, per la propria liberazione. Devono lavorare per evitare che i lavoratori rappresentino in forma generale e conseguente i propri interessi e la propria visione del mondo come qualcosa capace di dar vita ad un processo di trasformazione rivoluzionaria e di costruzione di una nuova società. Devono, in sintesi, evitare che gli operai, i proletari, le masse popolari, ricostruiscano le proprie organizzazioni di classe, il proprio partito comunista e il proprio sindacato dei lavoratori.

Tutto si trasforma, questo vale anche per il comunismo. L'esperienza del Nepal, come altre esperienze rivoluzionarie in atto, producono un insegnamento fondamentale, quello per cui oggi la forma di comunismo più dinamica, più flessibile e più conseguente, più originale e più conforme all'intera esperienza storica della rivoluzione proletaria, è quella che ereditando, sviluppando e superando la grande esperienza della Terza Internazionale (esperienza che è andata a partire dalla rivoluzione d'ottobre in Russia nel 1917 sino allo scioglimento nei primi anni 40), della costruzione dei Partiti Comunisti (tra cui nel 1921 il Partito Comunista d'Italia di Antonio Gramsci) negli anni 20, sino alla guerra partigiana contro il nazi-fascismo, è passata per la rivoluzione cinese e, tramite questa, per la Grande Rivoluzione Proletaria Culturale (GRCP) degli anni 60 in Cina.

Una Rivoluzione, la GRCP, che ha visto il protagonismo diretto di centinaia di milioni di uomini, che ha realizzato processi e forme di auto-organizzazione mai visti prima nella storia, che ha dato l'assalto alla divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale in tutti i campi della vita sociale e in tutti i settori della produzione, a partire dalla produzione culturale sino ad allora quasi considerata un feudo degli intellettuali. Questa GRPC ha consentito allora di sconfiggere la borghesia revisionista che stava prendendo il potere in Cina dimostrando così che è possibile percorrere la strada che dal capitalismo porta alla società senza stato e senza classi sociali, alla società comunista. La GRCP ha sviluppato un esperienza che ha generato nuove e più avanzate concezioni sulla questione della natura e dei caratteri del partito comunista, dell'esercizio diretto del potere, della giustizia, dell'ordine pubblico ecc, da parte del popolo, dell'importanza di una continua trasformazione culturale rivoluzionaria degli uomini e dei loro reciproci rapporti.

Tutto questo ha subito, nel 1976, una battuta di arresto. Dopo la morte di Mao Tse Tung, la borghesia revisionista è riuscita a conquistare il potere all'interno del Partito Comunista Cinese e nello Stato e ha scatenato la grande vendetta borghese contro la GRCP e contro il maoismo. Decine di migliaia di militanti maoisti sono stati perseguitati, estromessi, imprigionati e assassinati, tra cui la stessa Compagna Ciang Cing, principale rappresentante dei comunisti cinesi dopo la morte di Mao e grande promotrice della GRCP.

Il PCN (Maoista), come altri partiti maoisti, affonda le sue radici storiche, politiche e ideologiche, in questo retroterra. Lungi dal limitarsi a riproporre e riprodurre piattamente questa base e questa eredità ha dato vita nel tempo, attraverso mille battaglie e mille contraddizioni, ad un processo che lo ha portato a sviluppare, all'inizio degli anni 80, una propria specifica fisionomia, una propria originale identità. Attraverso l'analisi dei problemi e delle contraddizioni della società Nepalese, la ricostruzione della storia nazionale del Nepal, il bilancio delle esperienze rivoluzionarie, l'applicazione dell'esperienza storica del movimento comunista internazionale, la continua iniziativa politica al servizio degli interessi delle masse e la verfica di questa iniziativa, attraverso tutto questo il PCN(Maoista) ha saputo individuare, definire e praticare, una via di uscita per il popolo nepalese.

In questo modo oggi il PCN(Maoista) può dare il suo contributo alla lotta di liberazione del proletariato e delle masse popolari di tutto il mondo, confermando la possibilità e la necessità della rivoluzione e partecipando allo sviluppo della teoria e dell'ideologia rivoluzionaria del comunismo, all'affermazione e allo sviluppo del Marxismo-Leninismo-Maoismo.

Questo quaderno si basa in gran parte sul reportage dal Nepal di una giornalista americana, la Compagna Li Onesto, e tende a dare una prima panoramica sulla guerra popolare. Tutto il materiale è stato tradotto in forma non ufficiosa e prestando attenzione a rendere con precisione più il senso politico che la forma letterale. Tra il materiale tradotto risalta, per gli argomenti trattati e per il quadro complessivo che ne emerge, l'intervista a Prachanda, segretario del Partito Comunista del Nepal (Maoista). Molti argomenti richiederebbero un approfondimento sulla base di traduzioni dei documenti e degli articoli presenti nel giornale "The Worker" organo del PCN(Maoista). Si tratta di argomenti rilevanti e di grande interesse che in questo quaderno vengono solo accennati, spesso di sfuggita, tra i tanti temi vogliamo sottolineare i seguenti: la strategia della guerra popolare, la concezione del maoismo, il rapporto con il Movimento Rivoluzionario Internazionalista e con le altre forze maoiste su scala mondiale, l'impatto della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria cinese sui comunisti nepalesi, l'analisi dei rapporti economici e sociali della società nepalese, la trasformazione economica in atto nelle zone in cui sta emegendo il potere popolare ecc. Speriamo di poter contribuire al più presto ad un lavoro maggiormente mirato all'approfondimento di queste questioni.

Gennaio 2001 Circolo di Identità Proletaria - Trento

PER UNA NUOVA MILITANZA

Il Nepal insegna a riconoscere e a prendere le distanze da una certa forma, spesso spontaneamente presente ed egemone nella vita di ogni giorno, di cultura borghese, profondamente reazionaria e antisociale. Una forma di ideologia che, ricalca a grandi linee il filo dell'irrazionalismo filosofico borghese, da Schopenhauer a Nietzsche, passa per la filosofia e l'ideologia pre-nazista e nazista degli anni 20 e 30 in Germania, sino agli sviluppi dell'esistenzialismo di destra, a buona parte cultura americana del dopoguerra ed alle odierne in nome della "morte delle visioni totalizzanti del mondo", della lotta contro la "metafisica", contro "l'umanesimo", contro "il totalitarismo di origine illuminista", costruzioni del post-moderno e del pensiero debole. si accanisce per negare ed infangare, lo "spirito di sacrificio" che contraddistingue una militanza, quella comunista e proletaria, al servizio degli interessi collettivi delle classi sociali oppresse e sfruttate.

Anche sul piano filosofico e culturale la borghesia combatte la sua guerra, si tratta di infangare, negare ed evitare che possa riformarsi e consolidarsi su vasta scala, quello "spirito di sacrificio" che ha disegnato le infinite pagine dello sviluppo storico dell'umanità degli ultimi secoli, dalla quotidiana e sempre più aspra lotta contro lo sfruttamento e l'oppressione condotta da centinaia di migliaia di militanti comunisti e da centinaia di milioni di operai, proletari, contadini poveri ecc, alle vere e proprie rivoluzioni (dalla Comune di Parigi del 1871, alla Rivoluzione Russa, a quella Cinese, alla resistenza ed alla guerra partigiana anti-fascista e antinazista, alle guerre di liberazione nazionale degli anni 50, 60 e 70, alla GRCP, alle attuali lotte rivoluzionarie dei popoli oppressi, alle guerre popolari).

Nella sua lotta filosofica e culturale la borghesia si serve di qualsiasi trucco, partendo dal presupposto dogmatico dell'uomo come soggetto portatore di un individualismo costitutivo, tutta la personalità e l'operato di un individuo viene letto come compromesso più o meno riuscito, più o meno autentico e genuino, ecc, tra il portato dei propri interessi individuali e le esigenze esterne della cosidetta vita sociale. In questo modo si costruisce un apparato concettuale in cui lo "spirito di sacrificio" è possibile solo come negazione violenta e sofferta della propria individualità oppure come volontà di affermazione cieca e fanatica di interessi e visioni totalizzanti che cercano di imporsi in modo totalitario a tutti gli individui

Si tratta in ultima analisi della stessa logica borghese, irrazionalista e strumentale, per cui voler sopprimere lo sfruttamento e il mercato capitalistico significa "voler sopprimere la libertà".

Ovviamente questo tipo di pseudo-cultura serve alla borghesia sino a quando si tratta di diffondere e far prosperare il gretto egoismo, il qualunquismo, il minimalismo, l'individualismo antisociale, quando, viceversa, si tratta dei propri interessi, degli interessi dell' "economia", della "nazione", del "mondo occidentale", allora non esita ad appellarsi allo "spirito di sacrificio" delle masse.

Nei mesi scorsi centinaia e centinaia di prigionieri politici comunisti Turchi -tra cui i militanti maoisti del TKP (m-l)- hanno deciso di iniziare uno " sciopero della fame fino alla morte" per denunciare a tutto il mondo le infami condizioni a cui sono sottoposti i combattenti per la libertà all'interno delle carceri del regime fascista turco. Il 19 dicembre scorso la borghesia turca, con il tacito e sotterraneo assenso di quella internazionale, ha assalito e bombardato le carceri dei prigionieri in sciopero della fame, più di 20.000 bombe sono state usate per compiere un infame massacro, alcuni prigionieri feriti sono stati bruciati vivi. Più di 40 martiri il cui sacrificio ne evidenzia la superiorità anche morale nel confronto con la corruzione e la decomposizione economica-politica e culturale della borghesia.

I prigionieri turchi hanno ottenuto una diffusa, dal basso, solidarietà internazionale. Paraddossalmente proprio chi aveva meno mezzi e meno possibilità di far sentire la propria solidarietà di fronte ad un vasto pubblico ha comunque cercato in vari modi di farsi sentire, chi invece avrebbe potuto farlo agevolmente e liberamente dalle pagine di quotidiani nazionali si è limitato a piccoli trafiletti giornalistici. Nel complesso i mass media, i mezzi d'informazione, le forze politiche, i riformisti reazionari, i sindacati confederali, gli intellettuali, la chiesa, ecc, hanno mantenuto un silenzio complice e nell'insieme un silenzio lesivo dei più elemetari diritti dei cittadini a ricevere un'informazione su eventi di tale gravità.

Tra quanti hanno espresso la propria solidarietà ai prigionieri turchi risaltano i prigionieri politici della Spagna, della Francia, del Belgio e dell'Italia, diversi di loro sono scesi in lotta iniziando uno "sciopero della fame". Non hanno esitato, pur in condizioni difficilissime, ad esprimere la propria solidarietà andando incontro quasi sicuramente ad ulteriori vessazioni e restrinzioni. E si tratta di prigionieri poltici, quelli rinchiusi nei carceri speciali della "civile" Europa, che spesso potrebbero uscire o vedere largamente ridotta la propria pena detentiva se solo rinunciassero apertamente e pubblicamente, alle proprie convinzioni rivoluzionarie.

Questa vergognosa politica di scambio che la borghesia mette in atto nei confronti di questi prigionieri, questa possibilità che viene data a questi prigionieri di scambiare la rinuncia alla propria identità politica rivoluzionaria e alla propria integrità morale e psicologica con la libertà, tutto ciò testimonia paradossalmente che la stessa borghesia metterebbe fuori dal carcere questi prigionieri se non fosse per la loro identità politica, e quindi prova inconfutabilmente che essi vengono tenunti in prigione per motivi poltici.

Il Nepal, l'eroismo dei combattenti del PCN(Maoista), dell'esercito popolare, del Fronte Unito, della Repubblica Democratica in formazione, ci insegna come lo "spirito di sacrificio" non solo sia pienamente compatibile con lo sviluppo dell'individualità, ma ne rappresenti anche una condizione necessaria nel momento in cui è proprio questo "spirito" che consente di raccordare e saldare la propria esistenza individuale a quella collettiva.

I martiri del Nepal, delle guerre popolari, delle lotte rivoluzionarie dei popoli oppressi, dei prigionieri politici Turchi e dei combattenti palestinesi della Nuova Intifada, delle rivoluzioni proletarie e della guerra partigiana anti-fascista e anti-nazista, di secoli di lotte quotidiane contro lo sfruttamento e l'oppressione, questi martiri sarebbero inconcepibili, e queste lotte e rivoluzioni sarebbero inconcepibili, se la vita stessa non avesse insegnato e non insegnasse ogni giorno a centinaia di milioni di proletari la necessità di combattere il meschino individualismo borghese e di costruire relazioni di solidarietà e di cooperazione sul campo, nella vita quotidiana, sui posti di lavoro, nella lotta di ogni giorno per la difesa dei propri interessi, per la costruzione delle proprie organizzazioni indipendenti politiche e sindacali e per conquistare ed edificare una nuova società.
 
 


Indice
INTRODUZIONE
SITI SULLA RIVOLUZIONE NEPALESE E SUL PARTITO COMUNISTA DEL NEPAL (Maoista)
Nepal: la lotta delle donne per la
Part 2: Villages of Resistence
Le ragioni economico-politiche della guerra popolare in Nepal
NEPAL: CRONISTORIA DELLE TAPPE